I segreti di una pieve Longobarda “quasi” dimenticata.

Il luogo di cui si racconteranno la storia, le curiosità e i segreti si trova a Panzano di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Le notizie certe sono poche e molti i misteri.

Di questo edificio si hanno le prime notizie nel 958 d.C. in un diploma di Berengario II. Inizialmente venne dedicata a san Sebastiano e, successivamente, anche alla Madonna. Intorno all’anno Mille, probabilmente a seguito di una totale ricostruzione, venne poi chiamata «Basilica Nova» e nel Quattrocento fu dedicata anche a san Biagio.

In origine la pieve dipendeva dall’abbazia benedettina di Leno, nel bresciano, fondata nel 758 d.C da Desiderio, re dei Longobardi, ed era l’unica chiesa della zona a essere dotata di battistero. Lì, gli abitanti dei paesi limitrofi facevano quindi l’ingresso nella comunità cristiana: Panzano, Gaggio, Rubbiara e Recovato. Tra il Cinquecento e il Seicento la pieve perse il suo prestigio e nel 1663, per volere del marchese Cornelio Malvasia, venne adibita a semplice oratorio. Fu così che la più recente chiesa dedicata ai santi Filippo e Giacomo, non distante dalla pieve, divenne arcipretale.

Secondo quanto riferisce don Francesco Agosti, primo arciprete della parrocchia di Panzano, «si continuò a celebrarvi la Messa, tutte le feste dell’anno e anche molti giorni feriali, toltone le festività più solenni […]. E il 3 febbraio, giorno di S. Biagio, si faceva festa alla Chiesa della Pieve, con gran concorso di popolo, sì che era necessaria una moltitudine di Messe: si segnava la gola, si cantava la Messa, et dicevasi il Vespro».

La pieve, insomma, nonostante fosse stata in un certo senso “declassata” continuò per circa un secolo a essere il fulcro della vita religiosa per le persone che vivevano a Panzano e nei paesi adiacenti.

Fu poi nel 1760 che la pieve, dopo quasi otto secoli di vita, venne demolita. Ed ecco che dove un tempo sorgeva l’antica chiesa longobarda fu edificato l’oratorio tuttora esistente, benedetto dall’arciprete don Giuseppe Belletti il 3 febbraio 1761, festa del santo titolare.

Nel 1824 l’intero complesso religioso venne adibito a usi civili. Ma nel 1833, e qua apriamo il sipario su un racconto davvero interessante, il conte Marc’Antonio Malvasia aveva fatto fare un profondo scavo per ribassare il terreno ove sorgeva la pieve. Proprio in quell’occasione videro la luce le fondamenta dell’antica chiesa, e fu così possibile riconoscerne la forma basilicale, tipica delle abbazie di età romanica. Si trattava di un edificio a navata unica e cinque altari con abside semicircolare. Adiacenti a questo, sorgevano una sagrestia e una torre, di cui oggi è ancora visibile il basamento, elegantemente decorato con lesene in aggetto, archeggiature a tutto sesto e una porta d’ingresso sormontata da un arco a ogiva.

Ma non è finita qua. Secondo quanto riferisce sempre nel 1833 don Francesco Lodi, il parroco, voci narrano che nei precedenti scavi furono ritrovate anche monete di epoca romana risalenti a Numa Pompilio, ampolle, una fonte battesimale in marmo rosa di Verona recante iscrizioni e incisioni molto particolari: tre lettere, H, A e P, attorno a un ellisse suddiviso in quadrati. Ecco la trascrizione del documento autografo:

«Pro-memoria.

Nel 1883 l’Illustrissimo Signor Conte Marc’Antonio Malvasia fece ribassare l’area del Prato [della] Pieve ove fu l’Arcipretale di Panzano distrutta per Decreto dell’Eminentissimo Abb. di Nonantola – 20 g. 1663 – di due facendo una sol Parrocchia. Nel ribasso, o scavo, che ben oltrepassò i quattro piedi si scoperse per intiero non solo i fondamenti, ma anche l’altezza di muri, e vestigia degli altari, insomma come la chiesa fosse solo stata mozzata […]. Di questo avvisati, sempre premuroso di lasciar a’ miei degni successori memorie, e notizie, corsi ad abbozzarne le misure ed a formare codesta precisa pianta, volendo poi farne una in buona copia, giacché l’inclinazione sentivo di migliorarla, i Testimonj che hanno sottoscritto il presente foglio hanno sempre ricusato di firmarne un altro.

  1. Chiesa longa Piedi 53. Larga Piedi 16,9 sempre di luce. Muri grossi oncie 17.
  2. Sagristia longa Piedi 19,9. Larga Piedi 9. […]
  3. Gli altari eran cinque. [Quattro] quei di Chiesa, ed uno in Sagristia.
  4. Il Presbiterio era […] come qui, vi si ascendeva per un gradino.
  5. Il Piano della chiesa era bassissimo, il Battistero non si ritrova ove fosse. Il Cimitero era rasente la Casa della Possessione.

Franc. Lodi Arciprete

Vincenzo Tamburini Testimonio

Ludovico Palli Testimonio

Pieve vecchia S. Biagio [che un tempo dipendeva dall’abbazia di Leno N.d.r.] immediatamente annessa unita del 1663. B.V. degli Angeli Vicariato dell’Ab. Commendatario. B.V. Della Fioppa[…] In superficie ordinariamente sorsero […] Tufo, circa di 6 piedi…  Indi sabbia da fabbricare per circa un piede e mezzo quantità di gozoli marini petrificati detti in lingua del luogo calcinelli. Roveri, legni e foglie alla profondità di piedi dieci.

[…] l’anno 1784: nello scavare un pozzo alla profondità di dodici piedi scaturì quantità di acqua portante anima torbida, quantità molta di foglie nere e moltissime radici di canna di Valle, il luogo chiamavasi la Valle Grande.

L’anno 1761 fu [ritrovato N.d.r.] un risiduo di antichissimo tempio, voce è che dedicato fosse a Diana, all’altezza di 28 oncie fu trovata una cassetta […] con un grande osso umano contornato da circa 18 ampolle […] di finissimo vetro che furon spezzate, tre delle quali conservate si dice mandate alla specola con labbro minutissimo. Furon ritrovate circa sette altre nel cortile della Possessione detta Rugiera a poca distanza della via Claudia […] sotto l’Arciprete Agosti modonese. Verso e ne’ contorni della Pieve vecchia trovansi frequentemente medaglie consolari di argento, e medaglioni di prima grandezza e tra queste si dice una di Numa Pompilio, e l’altre di Scipione. L’ultima di grandezza maggiore, la prima di grandezza di un mezzo baiocco ma assai grossa. […] Nella pieve vecchia vi è una pila di acqua Santa con piede di marmo arenario, ma essa è di marmo veronese con petrificazione di Corni di Amone [ovvero, inclusioni di ammoniti fossili o “cornua amonis” come le definì Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia N.d.r.].

Porzione di antichissima torre campanaria; altro vi è di segnale antico, se nonché grossi e larghi pietroni di terra cotta».

Inoltre, all’interno, c’è una particolarità: nel piano interrato della torre è ancora oggi ben visibile un’enorme volta a crociera in mattoni, tipica delle architetture romaniche di quel periodo, e in una delle vele si trova un forellino. Quasi certamente da questo doveva passava la corda utilizzata in passato dai monaci per suonare la campana. I muri del basamento della torre, avendo uno spessore di circa 1 m, fanno sì che il clima all’interno si mantenga sempre attorno ai 15 °C, sia d’inverno sia d’estate.

In età più recente, negli anni Cinquanta, l’allora proprietario decise di piantare delle pregiate viti di lambrusco. Per fare questo, fu necessario scavare e, proprio in quell’occasione, furono trovate numerose ossa, lapidi e altri oggetti. Negli anni Settanta invece – come raccontava la signora L. – era assai faticoso dormire. Chi, come lei, vi ha pernottato racconta di aver sentito strani suoni e scricchiolii provenire dal giardino.

A oggi, non sono state fatte indagini per valutare eventuali presenze di campi elettromagnetici anomali né è stata utilizzata la termocamera per fare indagini più specifiche sul fabbricato. Per cui, la presenza di fantasmi resta solo un’ipotesi.

Certo è che un edificio risalente al 958 d.C. con annesso campo di sepoltura, addirittura costruito su preesistenze di età romana, ha senz’altro avuto il privilegio, o il triste destino, di ospitare numerose anime. La pieve è stata il fulcro della vita religiosa per innumerevoli generazioni, un luogo in cui la vita e la morte sono coesistite per secoli. Dal battesimo fino all’estremo saluto.

Chissà se in futuro, con opportuni accorgimenti e moderne tecnologie, sarà possibile dimostrare l’esistenza di eventuali presenze sovrannaturali, voci dall’aldilà, e portare alla luce quei reperti che sicuramente riposano ancora sotto terra, come ombre di un passato lontano…

Riccardo Zironi

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Riccardo Zironi

Staff Redazione MisteriDellaStoria.com

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