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La Leggenda di Azzurrina, la bambina scomparsa nel nulla

La Leggenda di Azzurrina, la bambina scomparsa nel nulla

 

Sapete come nasce una leggenda?

“2015 L’anno di Azzurrina di Montebello, attesa nella rocca per l’apparizione del fantasma.
La Romagna è una terra di misteri e leggende che affondano le loro radici in un passato ricco di storia e che traggono la loro energia da tantissimi luoghi suggestivi, in particolare manieri e castelli, che affollano il suo entroterra. Uno dei racconti più famosi, e che ognuno di noi ha sentito raccontare più volte e in varie versioni, è quello legato ad Azzurrina di Montebello: la piccola bambina scomparsa tra le stanze del castello di proprietà dei conti Guidi di Bagno.”

Guendelina nacque nell’anno 1375 nel mese dei doni (Dicembre) – racconta Farinelli – così, come riportato sul grande registro che troneggiava sul tavolo dell’archivio del castello di Montebello. Tra le molte ricerche fatte; tra leggenda e racconti popolari, venni con la conclusione di  appurare che il nome lo aveva proposto il musico di corte, l’irlandese Gael Duggan, vedendo il candore della piccola nata coi capelli appena biondi: nella lingua irlandese Guendelina significa “bambina con le ciglia bianche”. Il nome poi fu tramutato in Guendalina. Gael era giunto al castello assieme a Hubert Jean Joseph, chiamato dalla Francia dallo stesso Papa Urbano VI a comandare il corpo di guardia del castello composto da armigeri francesi che lui stesso aveva voluto lo seguissero per il compito di difesa. “ Figlia di un certo Ugolinuccio o Uguccione, feudatario di Montebello nel 1375, fu la protagonista di un triste fatto di cronaca.

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Era il 21 giugno di quel lontano anno quando, nel nevaio della vecchia Fortezza, la bimba scomparve e non venne mai più ritrovata. Questa in breve è la sua storia che, tramandandosi oralmente per circa 3 secoli, si arricchì di elementi di fantasia. Ma perché se ne parlò tanto? Il motivo lo apprendiamo da una Miscellanea di racconti della bassa Val Marecchia, frutto di un gusto seicentesco per le fabulae popolari. La penna di un raccoglitore di storie del XVII secolo fermò così, su carta, il lungo volo di quella che, ormai, era già una leggenda: Azzurrina.

“… aveva gli occhi color del cielo e i capelli chiari coi riflessi azzurrini …”

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Da qui dunque deriva il soprannome di Guendalina e la sua suggestione, da un ‘vero’ fenomeno che, se visto più da vicino, si scopre risultato di una tinta venuta male, perché la bambina nacque, in realtà, con capelli bianchi: albina.  “Guendalina non era nata albina come vuole la leggenda riportata in un manoscritto ritrovato da un frate dimorato alla corte dei Guidi di Bagno già signori del castello fin dal 1464, ma bensì era bionda a dispetto dei suoi famigliari tutti di capelli scuri e carnagione mediterranea. Forse chi la descrisse albina lo fece per ingraziarsi le signorie di allora che adottarono quella menzogna molto volentieri. La bambina era bionda, con occhi azzurri e con intelligenza fuori del comune. Fin dalla tenera età aveva messo a disagio i due casati. Infatti, la sua caratteristica fisica aveva fatto dubitare che fosse una figlia impura, Uguccione per primo aveva posto il dubbio sul tavolo e nonostante la madre Costanza replicasse la sua innocenza e fedeltà, non volle riconoscere la piccola parte del suo sangue. Il capo delle guardie Hubert, dalle sembianze nordiche, era divenuto il simbolo biondo del tradimento carnale di Costanza”. “Più passava il tempo e più la piccola mostrava la sua anomalia per quei tempi: era intelligente da stupire, sapeva della musica senza aver preso lezioni, canticchiava in francese, sapeva conciare ogni specie di pianta erbacea e ottenerne oli, profumi, medicinali. Erbe che poteva raccogliere nei prati attorno al castello quando vi veniva accompagnata dalla tata e dal cagnetto. Parlava spesso di Mosè stupendo gli uomini di chiesa e lo stesso Papa. Sapeva cucire le stoffe fin dalla tenera età, e dalle erbe sapeva anche ottenere tinte di varie tonalità. Questo era Guendalina, una fonte di stupore e paura per quanti la avvicinavano. La tata Gorianna al suo servizio, il frate Gregorio insegnante di più discipline, e un piccolo cagnetto erano l’unica compagnia permessa, e con questi aveva stabilito affetto e complicità nelle stanze che le erano state assegnate, e poteva vedere la luna e stelle solo dal loggiato attiguo la sua stanza”. “All’età di 6/7 anni aveva iniziato a tingersi i capelli di un celeste verdognolo con la tinta bluastra derivata dal Guado, pianta ancora oggi usata per ottenere il blu che ancora oggi si usa per tingere i blue jeans. Gli stessi capelli su ordine di Uguccione le venivano tagliati dalla tata, corti e nascosti da un copricapo che sembrava un tegame senza manico. I genitori avevano accettato la novità azzurrognola, così avrebbe nascosto la sua “vergognosa differenza”, a ogni occhio estraneo al luogo. Vergognosa differenza che aveva generato una situazione disagevole che sarebbe dovuta essere risolta. Di Guendalina la leggenda racconta che fosse stata condannata al rogo perché albina e perciò secondo i canoni di allora, figlia del demonio. Diversi studi testimoniano che a quei tempi non era uso considerare così l’albinismo, e allora non vi era inquisizione. Invece l’albinismo era visto come un danno fisico, una pazzia, un segno del Signore.  Quella parte di leggenda fu falsamente scritta dal frate di allora per essere gradito a corte ove era mantenuto, e nascondere così il vero motivo della scomparsa di Guendalina”.

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La diversità dell’altro è una cosa che non di raro spaventa l’uomo, oggi come un tempo. Il sospetto poi, portato all’estremo, conduce a volte, a credere in estremi rimedi. Eliminare il diverso e con esso ciò che rappresenta, può essere visto come una soluzione. Fu allora, per difendere (o nascondere) la figlia che  i genitori le tinsero i capelli, ma il bianco dell’albinismo non trattiene il colore, reagisce al pigmento diventando azzurro. Ecco spiegato lo ‘strano’ caso e l’appellativo ad esso legato. Eppure, il fascino che ancora esercita sui molti visitatori del Castello, sui produttori di trasmissioni televisive, sui semplici curiosi, rimane riposto nell’arcano. Il 21 giugno del 1375, solstizio d’estate, la bambina stava giocando con la sua palla di pezza sotto gli occhi delle guardie, mentre fuori imperversava un temporale. A un certo punto la palla, forse attirata da una forza oscura, le scivolò via e la bambina le corse dietro, eludendo per pochi secondi la sorveglianza delle guardie. Azzurrina seguì la palla giù per le scale fino alla ghiacciaia del castello, la guardie sentirono un urlo e poi più nulla, la bambina scomparve e non fu mai ritrovata. Ma ogni cinque anni, durante la notte del solstizio d’estate, nel castello riecheggerebbero suoni inquietanti: è il fantasma di Azzurrina, che non ha mai abbandonato la sua casa.

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Un vecchio adagio dice che nelle leggende c’è sempre un fondo di verità, ma non sembra essere questo il caso: nonostante la precisione della data, del luogo, e di alcuni dei nomi dei protagonisti, non esiste assolutamente nessuna fonte storica che rimandi alla scomparsa di una bambina in quel periodo, albina o meno. L’unico presunto documento, citato a profusione, è Mons Belli et Deline del 1620, nel quale la leggenda farebbe la sua comparsa per la prima volta. Il testo sarebbe custodito all’interno del castello ma a parte il chiacchiericcio non sembra esserci alcuna prova della sua effettiva esistenza.

Nel 1989 il Castello venne ristrutturato e assieme alle prime visite cominciò a espandersi la leggenda della sfortunata bambina. Nel 1990 arrivò sul posto mamma RAI ed effettuò la prima, storica registrazione, dove si sentirebbe un agghiacciante pianto. Lustro dopo lustro, le registrazioni diventano sempre più nette e inquietanti: oggi il loro ascolto è parte fondamentale della visita guidata e regalano un genuino brivido ai visitatori.

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Siamo nel 1990, il Castello è aperto a Museo da appena un anno, ciononostante, la leggenda è già di dominio pubblico. C’è chi si schiera subito a sostenerla ciecamente, chi la contesta, molti la temono, altri la deridono, ma tutti ne parlano. Allora, il 21 giugno di quell’anno, tecnici del suono interessati a tali episodi effettuano le prime registrazioni. Le apparecchiature sono sofisticate. Tutte le frequenze vengono incise. In sede di studio si procede all’ascolto: tuoni, uno scrosciare violento di pioggia, poi… un suono.

Anno 1995. Sempre 21 giugno. Nuove registrazioni. Stesso suono.

Anno lustro 2000. Ancora 21 giugno. Ancora il solstizio estivo e, ancora, quel suono che si ripete.

Anno 2005… e la leggenda continua a stupire studiosi e ricercatori, si aggiungono immagini negli anni successivi e le ricerche continuano…

Ai turisti in visita alla Rocca vengono fatte ascoltare tutte le registrazioni. Le reazioni rimangono tuttora le più diverse, se non addirittura contrastanti. Ad alcuni sembra un pianto di bambina, ad altri una risata, molti dicono di sentirci una voce, di distinguerci una parola, tanti altri sostengono di non sentirci né più né meno che vento e pioggia nel temporale.

C’è solo un problema: le registrazioni originali, la maggioranza delle quali effettuate dal Laboratorio di biopsicocibernetica di Bologna, non sono mai state messe a completa disposizione di altri ricercatori. Il chimico Simone Angioni (Cicap Lombardia e co-fondatore di Scientificast) racconta di aver provato a richiederle per poterle analizzare, ma le condizioni che imponeva il laboratorio, tra cui la pretesa che l’analisi dovesse essere congiunta, ha naturalmente fatto desistere lo scettico.

LE SUCCESSIVE ANALISI SCIENTIFICHE DEL CICAP

Nel 2010 Angioni ha però effettuato le sue registrazioni. In La scienza dei mostri (CICAP, 2011) scrive di essersi presentato il 20 giugno di quattro anni fa al Castello assieme ad altri tre acchiappafantasmi: Marco Morocutti (progettista elettronico), Nicolas d’Amore (illusionista) e Giuliana Galati (comunicatrice scientifica laureata in fisica). Nell’attesa del solstizio, la squadra ha avuto il tempo per dare un’occhiata in giro. Tra una visita guidata e l’altra (c’è una versione diurna e una, più suggestiva, notturna) gli investigatori dell’occulto hanno scambiato qualche parola con la curatrice, la quale ha confermato l’assenza di fonti storiche, e riguardo al documento del 1620 ha dichiarato di non averlo mai visto e di averne solamente sentito parlare dal suo predecessore. Nel giorno fatidico il Castello è stato chiuso al pubblico e i ricercatori hanno installato per tempo le apparecchiature nella sala di accesso alla ghiacciaia, uno dei luoghi dove, si dice, la presenza si manifesti con più forza. Quando però, a tarda ora, è arrivato anche il personale del laboratorio di biopsicocibernetica si è capito che, nonostante ci fosse spazio a sufficienza per le attrezzature di entrambi i gruppi, non era gradita la presenza di altri microfoni in quel magico punto, così gli scettici hanno preferito spostare le apparecchiature in un’altra ala del castello. Da qui i sensibilissimi microfoni riuscivano comunque a sentire le chiassose ventole di computer e telecamere piazzate dal laboratorio, al punto che c’è stato bisogno di chiedere agli biopsicocibernetici di cooperare e spegnere le loro attrezzature più rumorose. In un modo o nell’altro a tarda notte anche i veterani avevano finalmente finito di montare tutto: tutti gli esseri umani hanno lasciato il castello, che è stato sigillato, e sono cominciate le registrazioni.

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Le 10 ore di noia sono interrotte solamente dai rumori del pavone (albino) mascotte del Castello, dal calpestio dei passanti, da una terrificante finestra che sbatte e da interferenze radio assortite. Nessuna traccia di Azzurrina.

Nel corso del XII Convegno Nazionale del CICAP , Simone Angioni e Marco Morocutti, ricercatori del CICAP, hanno presentato in anteprima nazionale i risultati della loro ricerca svolta nel famoso castello di Montebello in cui, secondo la leggenda tradizionale, si manifesterebbe un’entità misteriosa soprannominata Azzurrina.

“Abbiamo effettuato queste registrazioni il 21 giugno 2010 nel giorno della ricorrenza quinquennale della scomparsa della bambina” ha spiegato Simone Angioni. I suoni che sono stati fatti ascoltare al convegno, dimostrano che non vi è alcun rumore udibile con orecchio umano, né attribuibile ad un’entità intelligente.

“Infatti” ha precisato Morocutti “ciò che si può ascoltare è un assoluto silenzio e gli unici suoni che si possono rilevare utilizzando apparecchiature professionali sono debolissimi rumori di fondo tipici di ogni ambiente e che sono stati identificati”. Tali rumori sono per esempio quello di un pavone all’esterno del castello, movimenti di persone nel circondario, una finestra che sbatte per il vento e deboli interferenze radio. Si tratta di uno di quei casi in cui, come spiega Piero Angela:

 “quando il livello di controllo è molto elevato, il fenomeno scompare”.

FONTI:

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Tommy.Cantafio

Presidente & Fondatore dell'A.C.I.M.S MisteriDellaStoria.com Specialista IT Microsoft, programmatore e Web-designer. Nel tempo libero mi dedico alle mie due più grandi passioni; ovvero la storia e l’informatica; tanto che ho deciso di realizzare questo sito. Mi avvalgo di quelle che sono le mie ” potenzialità ”di progettatore e web designer e collaboro con i miei più fidati amici.

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